Ostacoli e speranze (parte 2)

Oggi la casa della famiglia di Rama e Mengstab è Saluzzo dove i primi nomi che hanno imparato sono Virginia, Alessandro, Gioele (gli operatori della nostra Caritas che li hanno portati qui tre anni fa), insieme a quelli dei volontari (Paola, Stefano, Graziella e Piero). In città da qualche mese li abbiamo aiutati a cambiare casa, per aggiungere una stanza per il nuovo nato. "Nostro figlio più grande - racconta Rama - chiama "nonna" Graziella" (un'ex insegnante che l'ha aiutata con l'italiano). Dopo tre anni il loro percorso verso l'integrazione è tutt'altro che privo di difficoltà.

LEGGI LA PARTE 1 "DA PROFUGHI AD ACCOLTI"

Il primo ostacolo è la lingua (lei ha ottenuto la licenza media ed entrambi hanno seguito i corsi al C.P.I.A.) poi la ricerca del lavoro (Rama ha frequentato un corso sulla somministrazione e uno sull’accoglienza in strutture ricettive, suo marito invece sta prendendo la patente e attraverso la Caritas ha trovato un tirocinio di 4 mesi presso una ditta di elettronica, ma è stato l'unico impiego di quest'anno, così due volte a settimana fa il volontario nell'Emporio della Solidarietà).

A questi si aggiungono i problemi con i documenti: il passaporto di lei (che sta rinnovando un permesso di ricongiungimento famigliare con il marito e i figli, tutti titolari dello status di rifugiati politici / asilo) è stato smarrito in Sicilia e il rimpallo tra le Questure blocca la richiesta di rinnovo ("senza documenti è come stare in prigione" dicono, aggiungendo “vogliamo rimanere qui, ma prima dobbiamo aggiustare il passaporto").

Un punto fermo per il loro presente e futuro è la scuola : "è importante per i bambini - dicono - e anche per noi, per imparare la lingua" così come l'aiuto di Caritas : "conosciamo delle famiglie - raccontano - persone di Caritas, di Saluzzo, sono sempre tutti molto gentili con noi".

L’integrazione, invece, passa attraverso la relazione con le persone e le opportunità di frequentare la comunità. Rama ha conosciuto, ad esempio, l’Associazione Penelope che l’ha coinvolta nelle sue attività, vista la sua passione per il telaio e il cucito.

La speranza, questa volta nostra, è che i loro Paesi d'origine possano finalmente conoscere la pace che hanno iscritto nel nome del loro ultimo figlio. E per loro, che si aprano nuove opportunità di inclusione attraverso il contatto con la comunità saluzzese, oltre a nuove prospettive di lavoro.

La nostra Caritas è sempre alla ricerca di volontari che vogliano sostenere percorsi di accoglienza come i "Corridoi Umanitari". Per chi volesse conoscere questa famiglia e aiutarli in qualche modo (nella ricerca di un impiego, con qualche ora di chiacchierate in italiano o semplicemente organizzando una gita insieme per scoprire il territorio) può scriverci a info@caritassaluzzo.it


Da profughi ad accolti (parte 1)

Il governo di Dio sulla terra, persona di buon cuore, uomo di grande forza, pace: hanno significati suggestivi i nomi della famiglia arrivata a Saluzzo tre anni fa grazie ai "Corridoi Umanitari". Padre, madre, due maschietti di 6 e un anno: nelle loro lingue natie (amarico in Etiopia e tigrino in Eritrea) l'espressione della speranza per una vita che qui prova a ripartire.

L’ARRIVO IN ITALIA

Sono ricchi di gratitudine i sorrisi di Rama e Mengstab, i due genitori, quando raccontano dell'accoglienza ricevuta grazie alla Caritas. L'Italia l'hanno conosciuta passando da Fiumicino alla Sicilia, qualche mese con Caritas Agrigento poi Saluzzo. Tappe di un approdo sicuro, creato dal progetto "Corridoi Umanitari", avviato nel 2015 dalla CEI e dalla Comunità di Sant'Egidio, prima dalla Giordania poi nel 2018 dall'Etiopia e dal Niger.

Un'iniziativa coordinata e proposta da Caritas Italiana alla quale la nostra Diocesi ha aderito per creare vie sicure e legali, permettendo a famiglie particolarmente vulnerabili conosciute da Caritas nei campi profughi, di raggiungere l'Europa per fare domanda di asilo, senza rischiare la morte e la tratta durante il viaggio.

Sul volo per Roma la famiglia, partita da un campo etiope nella regione del Tigray dove hanno vissuto insieme a profughi eritrei, sudanesi e somali, aveva occupato tre posti. Oggi c'è un nuovo arrivato che proprio a fine settembre, in coincidenza con la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato (26 settembre), ha spento la sua prima candelina.

DA UNA VITA NORMALE AL CAMPO PROFUGHI

Rama, 34anni, originaria dell'Etiopia, vendeva mobili di seconda mano, in tasca un diploma come tecnico di laboratorio. Della sua terra natale racconta

con estrema minuzia il rito del caffè, che in quelle valli ha trovato la sua culla, e conserva con grande cura una brocca tradizionale per servirlo (tra le poche cose che, ammette, sono riusciti a portare nel viaggio verso l'Italia).

Mengstab, 49 anni, è nato in Eritrea e ad Addis Abeba faceva il giornalista in una testata dell'opposizione alla dittatura. Di qui le motivazioni della persecuzione, la fuga per tenere al sicuro i suoi cari e gli anni durissimi nel campo profughi dove è nato il primo figlio. Come tutti gli eritrei, infatti, ha dovuto sottostare alla leva militare obbligatoria che inizia a 16 anni e dura tutta la vita. Spostarsi autonomamente è impossibile: il passaporto e l’autorizzazione a lasciare il Paese devono essere concessi dal governo. Varcare il confine senza permesso è un reato che comporta minacce e persecuzioni per sé e la propria famiglia. Dopo la fuga in Etiopia, l’attività giornalistica lo porta a spendersi per la causa dei rifugiati politici eritrei contro il governo di Afeweki. Anche per questo motivo è stato scelto come beneficiario dei Corridoi Umanitari.

Entrambi descrivono l’Etiopia e l’Eritrea come Paesi molto simili, accomunati da culture e scambi, dove la popolazione si divide tra una moltitudine di etnie, in una convivenza pacifica, anche tra cattolici e musulmani (la loro religione).

Oggi l'Etiopia è un Paese martoriato dalla guerra scoppiata un anno fa quando a seguito di una tornata elettorale non autorizzata in cui aveva vinto il Fronte per la liberazione del Tigray, l’esercito etiope ha attaccato la regione con l’aiuto di quello eritreo e delle milizie di etnia ahmara. Un conflitto che ha reso disumana la vita nei campi profughi (l’UNHCR ha più volte denunciato l’assenza di forniture e servizi per mesi, la mancanza di accesso all’acqua potabile con il conseguente proliferare di malattie).

Inoltre l'apertura del confine con l’Etiopia ha consentito l’ingresso delle milizie eritree e della spie della dittatura (da quando ha conquistato l’indipendenza nel 1993, dopo oltre 30 anni di guerra, l’Eritrea è di fatto una dittatura totalitaria nelle mani dell’unico presidente Isaias Afwerki). Amnesty International ha denunciato la sparizione dai campi profughi di dissidenti politici fuggiti dal Paese (tra loro anche persone selezionate dalla Cei per i Corridoi Umanitari che infatti si sono bruscamente interrotti).

Continua ...

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Co-Healthing: salute globale

Tre psicologhe, un educatore e un medico: non è una barzelletta, ma una scommessa. Quella in cui ha creduto Caritas Italiana che con i fondi 2021 del suo 8x1000 ha deciso di sostenere il progetto "Co-Healthing".

Un'équipe multidisciplinare (attiva attraverso uno Sportello Integrato e uno Sportello Psicosociale) nata per supportare volontari e operatori dei servizi della Caritas di Saluzzo. Un gruppo di professionisti per ripondere al bisogno di cura dei beneficiari dei progetti e dei servizi, prendendo in considerazione la loro globalità (o "interezza psicosomatica") perché la salute non è solo assenza di malattia come spiegano le linee guida dell'OMS, ma benessere di tutte le componenti dell'individuo (mente e corpo).

Un progetto che applica al concetto di salute un approccio olistico, che guarda all'interezza della persona e vede impegnate figure diverse, ma complementari (le psicologhe Noemi Bertinotti, Miriam Morone, Chiara Sciascia, l'educatore Andrea Silvestro e il medico Mario Frusi), concepito grazie ad una mappatura dei bisogni ed al confronto con alcuni volontari specializzati di Caritas Saluzzo (la dottoressa Benedetta Aimone e lo psicologo Paolo Vanni).

Noemi Bertinotti (psicologa clinica con una formazione in psicotraumatologia), è la case manager che coordina il progetto avviato a maggio :

In questi primi mesi abbiamo affrontato una decina di casi, inviati da Saluzzo Migrante e dal Centro di Ascolto. Si tratta di uomini e donne, sia italiani sia stranieri residenti sul territorio, oltre ai braccianti stagionali. Abbiamo sia persone che manifestano una difficoltà psicosociale ed economica sia persone con problematiche legate all'instabilità e alla precarietà del lavoro stagionale. Il nostro lavoro è innanzitutto accogliere e lavorare sulle carenze portate, fortificare le risorse personali per impostare un percorso di rilancio. Nonostante le difficoltà economiche, si può lavorare comunque sulla propria capacità di stare in una relazione di aiuto, in rete con gli altri servizi che spesso li hanno già in carico. Impostiamo un percorso in cui sono partecipi e attivi nel costruire insieme un cammino di cura. Dopo l'aggancio, se la persona è motivata a lavorare con noi, nonostante qualche difficoltà sempre presente, si riescono comunque ad acquisire già dei piccoli successi.

Miriam Morone (psicoterapeuta ad orientamento sistemico relazionale ed una consolidata esperienza con i migranti) spiega:

Abbiamo incontrato persone con problemi di ricerca del lavoro, dell'abitazione, con una concomitanza di vulnerabilità psicologiche o psichiatriche. In alcuni casi anche problemi di dipendenze. In generale sono persone con situazioni multiproblematiche, ipercomplesse, spesso già in carico a diversi servizi, con una storia di interventi molteplici, più o meno utili perchè improntati più all'emergenza e prettamente sanitari, ad esempio per arginare delle crisi. Molti hanno questioni psicosomatiche: si presentano con problemi fisici, ma la causa è per lo più psicologica. Nonostante molte visite, anche da specialisti, magari non si riusciva a capire cosa avessero perché l'eziologia non era prettamente medico-organica per cui è stato necessario intervenire con un approccio psicosomatico e psicosociale. Tanti sono arrivati per dolori fisici (come mal di schiena, dolore alle gambe o fatica a respirare) che non permettevano loro di lavorare. Si innesca così un circolo vizioso per cui la ricerca di lavoro e casa viene condizionata dallo stato psicologico.

Il progetto "Co-Healthing", una novità per la Caritas di Saluzzo, vuole inoltre avere un impatto anche sulla collettività, mettendo in dialogo l'équipe multidisciplinare con gli altri "attori curanti" del territorio come Asl, Servizi Sociali, Comune... Il tutto prendendo in considerazione la realizzazione dell'individuo nei vari aspetti che compongono la sua salute. Perchè individui sani, fanno una comunità sana.

Andrea Silvestro, educatore con una pregressa esperienza nel mondo Caritas, aggiunge:

Il lavoro di équipe è preziosissimo. Essere una squadra formata da diverse professionalità ha richiesto un certo periodo di rodaggio. Abbiamo dovuto accordarci su un lessico comune, ad esempio, ma a livello progettuale ci siamo stupiti di quanto avessimo sensibilità simili, pur ognuno mantenendo la sua specificità nella professionalità e nell'approccio. Il valore aggiunto di un'équipe così formata è sicuramente quello di avere una visione "altra" e diminuisce il rischio di "perdersi dei pezzi". Se partiamo dall'idea di salute come qualcosa di globale nell'individuo, ha senso che ci siano più prospettive e persone che guardano la salute da punti di vista leggermente diversi. Ogni competenza si integra. A livello personale e personale, credo che il progetto "Co-Healthing" sia davvero una scommessa ambiziosa e spero che possa avere un respiro più lungo di questo anno per poterne far capire il valore.

Per informazioni: co.healthing@gmail.com


Inaugurata la nuova Cappella

Venerdì 30 luglio, all'alba del suo 53esimo compleanno, il nostro Vescovo ha celebrato la Messa per inaugurare la rinnovata Cappella al fondo del cortile della Caritas in corso Piemonte 63.

Alla celebrazione, riservata ad operatori e volontari (era presente anche il nostro Direttore Carlo Rubiolo), hanno partecipato una ventina di persone. Il Vescovo ha concelebrato insieme a Don Andrea Dellatorre della Comunità Cenacolo (che con i suoi volontari gestisce la Casa di Prima Accoglienza intitolata a Monsignor Bona) e Frate Andrea Nico Grossi, francescano della fraternità di San Bernardino.

La Messa è stata voluta da Monsignor Bodo per riaprire la piccola Cappella detta “del Pozzo” (per la presenza di un antico pozzo artesiano proprio sotto l’altare) ristrutturata grazie all’operosità dei volontari della Comunità Cenacolo. Nella sua omelia, il Vescovo ha ricordato che

"la carità é un segno indelebile della presenza di Dio nella nostra vita” ed ha ringraziato “le tante persone qui spinte a mettersi al servizio degli altri per gratuità e fede. Questo luogo, che normalmente viene chiamato "il Pozzo" perché l'acqua è vita, ci richiama l'incontro fra la donna e Gesù al Pozzo. Questo luogo può diventare luogo che sa cambiare la vita di tanti uomini e donne dando loro dignità, donando lungo il loro cammino il dono inestimabile della fede".

Il Vescovo si è augurato che la “Cappella del Pozzo”

"sia un luogo dove la carità scorre e sia segno per ricordarci che Dio è amore, che sia un luogo della riconciliazione, dell'amicizia, del silenzio: quel Pozzo che sa saziare la sete di Dio". Infine ha definito la Caritas di Saluzzo "la quarta perla della nostra Diocesi" perché "una Chiesa senza Caritas é perdente, morta, non ha futuro. La Caritas è segno concreto della presenza di Dio in noi e nella comunità anche se non è sempre facile umanamente. Non c'è Caritas senza preghiera vera, non c'è dialogo senza carità".

Al termine della celebrazione operatori e volontari hanno festeggiato il compleanno di Monsignor Bodo con canti e un piccolo buffet di dolci.

Il Direttore Carlo Rubiolo ha espresso da parte sua e di tutti gli operatori e i volontari un sincero augurio per il compleanno del Vescovo, ringraziandolo per la sua presenza e la sua costante attenzione all'attività svolta dalla Caritas.


Chiusure estive dei servizi Caritas

Anche i nostri volontari si prendono una meritata pausa estiva:

da lunedì 16 a venerdì 27 agosto sarà chiuso l'Emporio della Solidarietà in piazza Vineis a Saluzzo

riaprirà lunedì 30 agosto

un ringraziamento al referente Spirito Gallo e a tutti i volontari e le volontarie che hanno garantito le due aperture settimanali anche in questi primi mesi del 2021

chiude per un paio di settimane anche la boutique solidale "Ri-Vestiti" in via Volta 8

dal 1 al 15 agosto il nostro negozio di "second hand" si prende una vacanza

un ringraziamento alla referente Susanna Eandi e a tutte le volontarie che hanno continuato con un sorriso ad accogliere le persone che con le loro donazioni sostengono le borse lavoro erogate dal Centro di Ascolto


Progetto Ubuntu: parla il Vescovo

Riportiamo di seguito il messaggio del Presidente della nostra Caritas, Mons. Cristiano Bodo, di cui è stata data lettura giovedì 15 luglio in occasione della presentazione del progetto "UBUNTU - Io sono perché noi siamo (in lingua bantu)" promosso dal Comune di Saluzzo (capofila), in collaborazione con il Consorzio socio-assistenziale Monviso Solidale e la Caritas diocesana di Saluzzo. Il progetto, avviato dal giugno 2021, si concluderà a dicembre 2022 grazie al contributo di Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRC e Fondazione De Mari attraverso il bando "Territori Inclusivi".

Il progetto punta all'integrazione delle persone con background migratorio attraverso azioni inerenti la comunicazione, il sostegno all'inserimento abitativo e la formazione di volontari e operatori del terzo settore.

"Nelson Mandela scrisse che “In Africa esiste un concetto chiamato Ubuntu, il cui senso profondo è che noi siamo uomini solo grazie all'umanità altrui e che se, in questo mondo riusciamo a realizzare qualcosa di buono, il merito sarà in egual misura anche del lavoro e delle conquiste degli altri”

Sempre Mandela affermò che “Una persona che viaggia attraverso in Africa se si ferma in un villaggio non ha bisogno di chiedere cibo o acqua: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu non significa non pensare a se stessi; significa piuttosto porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare?”

Ubuntu è un’etica dell’Africa sub-Sahariana dalla quale provengono la maggior parte dei braccianti agricoli che ogni anno raggiungono il Saluzzese per la raccolta stagionale della frutta e che rappresentano la maggior parte delle persone con background migratorio presenti nel nostro territorio.

Questa etica, che si focalizza sulla lealtà e sulle relazioni reciproche tra le persone, sulla “benevolenza verso il prossimo” come dal suo significato in lingua bantu, è una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro, che molto ha a che fare con la missione della nostra Caritas.

Nell’ambito di questo progetto, la Caritas diocesana di Saluzzo intende portare avanti, in sinergia con il Comune (in qualità di capofila) e il Consorzio Monviso Solidale, una serie di azioni volte a creare le precondizioni (dal punto di vista della comunicazione, dell’integrazione abitativa e della formazione di operatori e volontari del terzo settore) affinché la nostra comunità sia pronta a maturare lo spirito di Ubuntu.

Il motto «Io sono perché noi siamo» ci esorta a sostenerci e aiutarci reciprocamente, a prendere coscienza non solo dei diritti, ma anche dei doveri, poiché è una spinta ideale verso il riconoscimento di un legame comune, che genera comunità.

Il concetto di Ubuntu, che attraverso Mandela è divenuto uno dei principi fondamentali della nuova repubblica del Sud Africa, è lo stesso connesso con l’idea di un Rinascimento Africano che non pare molto lontano dallo spirito di ricostruzione che respiriamo nel periodo Covid.

La necessità di costruire una comunità inclusiva, per la nostra Caritas punterà sull’inclusione e l’autonomia abitativa delle persone migranti coinvolte nel progetto, attraverso l’attivazione di una rete fatta da operatori e volontari, formati attraverso azioni sinergiche con il Consorzio Monviso Solidale. Queste persone saranno accompagnate, attraverso forme di intermediazione immobiliare solidale e sussidi all’affitto, verso una stabilizzazione della loro presenza, che possa consentire anche una mutazione del racconto e della percezione delle persone migranti nella popolazione saluzzese, grazie alle azioni di cambiamento narrativo poste in essere con il Comune.

Creare un territorio inclusivo, per la Caritas diocesana di Saluzzo, significa costruire le condizioni affinché le persone migranti possano esprimere se stesse, sradicare stereotipi e pregiudizi attraverso azioni di comunicazione mirate alla popolazione locale ed ai professionisti del settore, inserire le persone migranti nel tessuto socio-economico attraverso il lavoro, la casa, relazioni di aiuto significative.

Grazie alle risorse messe a disposizione dalla Compagnia di San Paolo, dalla Fondazione CRC e dalla Fondazione De Mari attraverso questo progetto, la Caritas diocesana proverà con i suoi operatori e volontari ad essere parte attiva di quella comunità che, grazie ad una rete sinergica, potrà costruire un cambiamento inclusivo del territorio.

Ubu significa “ciò che avvolge, l’unità”, “essere”. Ntu rimanda all’azione dello sviluppare, del divenire. La Caritas diocesana, in questo progetto, vuole provare a diventare una parte di un’unità (fatta da tanti soggetti) che possa sviluppare una costruzione del senso di comunità sempre più inclusivo verso chi ha scelto, per motivi di vita, lavoro, relazioni, di diventare parte di questo territorio."


Il Vescovo sui 50 anni della Caritas

Pubblichiamo la riflessione del Vescovo di Saluzzo, Monsignor Cristiano Bodo, Presidente della nostra Caritas, dal titolo "Fraternità contemplativa e Caritas" in occasione del 50esimo anniversario della Caritas Italiana.

"É necessario che in ogni epoca vi siano degli innamorati di Dio, con tutte le forze, amarlo unicamente, diventa la scopo fondamentale della vita dell’uomo, il primo e più grande comandamento!

É necessario che in ogni epoca dei “folli di Dio”, capaci di imitare e contagiare gli altri, capaci di contagiare gli altri per suscitare uomini e donne che cercano Dio e la realizzazione della loro vita.

Ecco la “Caritas”, promuove questo cammino, attraverso la testimonianza del vangelo, che si incarna nel tessuto della vita tra gli uomini.

Il primo ad attuare questo nella nostra Italia fu Mons. Giovanni Nervi, dopo che Papa Paolo VI, istituì la “Caritas”, il quale scriveva: “la Caritas deve promuovere nella Chiesa la scelta preferenziale dei poveri, banco di prova per verificare quanto effettivamente la carità è presente nella Chiesa”.

Sappiamo di dover essere una sfida al compromesso con la mentalità del nostro tempo, così materialistica, una sfida ad ogni mediocrità e misura riduttiva di vivere il Vangelo.

Consapevoli di non essere sempre all’altezza di dare un buon esempio all’uomo di oggi.

Il Vangelo al centro del nostro cammino pastorale, alla luce della lettera pastorale:

“Fraternità contemplativa”, diventa per la “Caritas diocesana”, l’impegno di continua conversione, in uno stile di vita più sobrio e umile.

Dilatando il nostro cuore in una smisurata capacità di amore verso Dio e verso il prossimo rendendoci fratelli e sorelle, padri e fratelli, di tutti gli uomini e donne.

Senza dimenticare che la più grande carità anche se a volte ci dimentichiamo è la preghiera che coinvolge tutta l’umanità e dà voce a Dio nel mondo.

Prima ho usato audacia, perché mi sembra quello che davvero meglio esprime la fortezza oggi necessaria per osare di mettersi all’opposto della mentalità corrente.

Un filosofo contemporaneo afferma: “I tempo della notte del mondo è il tempo della povertà, perché diviene sempre più povero al punto di non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza” (Heidegger).

“Noi osiamo sperare, sperare tenacemente, mentre, piangendo, gettiamo nel solco la nostra piccola vita e attendiamo, come il contadino del Vangelo, di veder spuntare i germogli della nuova stagione … perché la carità è miracolo (Madre Canopi).

La Caritas è il segno più vero della presenza di Dio nella vita del mondo, nella nostra società e nel mondo che grida: “Ho fame …”.

Promuoviamo una strada per far crescere il seme che dia un raccolto abbondante e doni all’umanità il necessario per vivere e attualizzare il Vangelo della carità nel nostro oggi.

Camminiamo insieme, nella fraternità, Vescovo e preti, suore e diaconi, cristiani e laici, per stimolare tutti alla solidarietà, e vivere il Vangelo per annunciarlo all’uomo del nostro tempo.

Auguriamoci un cammino fruttuoso."

Cristiano, Vostro Vescovo


Visita del Vescovo a Casa Mons. Bona

Martedì 6 luglio il Vescovo di Saluzzo, Monsignor Bodo, ha visitato il cortile, la cappella e gli spazi di Casa Monsignor Bona, pranzando con Frate Andrea Nico Grossi, i volontari della Comunità Cenacolo e un giovane operatore dell'Associazione AVASS (associazione dei volontari Caritas).

La visita è stata l'occasione per un aggiornamento sulla situazione dell'accoglienza che era stata riaperta il 25 marzo. A tre mesi di distanza, nel Dormitorio in corso Piemonte 63 sono ospitate 10 persone su 11 posti letto disponibili, esclusivamente maschili. Si tratta di braccianti africani (cinque persone), ma anche persone senza dimora di nazionalità italiana, indiana e romena, alcuni con problemi di dipendenze o usciti da poco dal carcere. Alcuni sono stati indirizzati da altre Caritas come quella della Valle Po oppure già conoscevano il servizio per via della distribuzione dei pasti negli anni passati. L'ospitalità è garantita loro per un mese, durante il quale oltre ad un posto letto hanno a disposizione la lavanderia e il servizio Mensa.

A pranzo sono fra le 50 e le 60 le persone che trovano posto nel cortile di corso Piemonte 63 dove, nel rispetto del distanziamento anti Covid, sotto i gazebo vengono distribuiti i pasti preparati da Frate Andrea Nico Grossi della Fraternità di San Bernardino, aiutato dai volontari della Comunità Cenacolo che in due risiedono stabilmente nella struttura. Frate Andrea pone particolare cura e rispetto attraverso il servizio mensa, garantendo alternative ai commensali che in questo periodo sono in maggioranza braccianti stagionali di fede musulmana. A cena prima veniva dato un piatto da asporto, ora per dare più dignità, i commensali vengono fatti accomodare sotto i gazebo con un vassoio con pasta, frutta e pane. In totale in questo periodo sono quindi 100 / 120 i pasti distribuiti dalla Mensa.

Mons. Bodo si è complimentato per il rifacimento del cortile e della cappella oltre che per la gestione dell'accoglienza. Il Vescovo ha raccolto i bisogni portati dai volontari, legati soprattutto alla necessità di reperire materie prime per la mensa (in particolare carne), ma anche prodotti per la pulizia della casa e l'igiene personale, così come asciugamani da bagno dal momento che il servizio docce rimane aperto anche per i braccianti stagionali, con la collaborazione degli operatori del progetto Saluzzo Migrante.

Ancora una volta Mons. Bodo ha ribadito l'importanza che questo servizio ricopre per l'aiuto alle persone in difficoltà nel territorio diocesano, confidando che la comunità dia segno della sua storica solidarietà, sia attraverso il volontariato in Mensa sia attraverso un supporto materiale.

Frate Andrea Nico Grossi:

C’è un bel rapporto e un bel clima con i giovani operatori di Saluzzo Migrante che si occupano anche di questi ragazzi. La Mensa vorremmo che appartenesse al territorio, anche attraverso la presenza di volontari che, con criterio (visto il Covid), possano entrare a darci una mano. Anche la Mensa è uno straordinario strumento di evangelizzazione.

Per sostenere la Casa di Prima Accoglienza: Sostieni - Caritas Saluzzo

Per candidarsi come volontari: Volontari - Caritas Saluzzo

 


Chiusura estiva raccolta abiti

Avvisiamo che nei mesi di luglio e agosto il nostro servizio di raccolta e distribuzione di abiti in via Maghelona 7 (con il ritiro del materiale il mercoledì dalle 9 alle 11 e la distribuzione il giovedì dalle 9 alle 11) sarà CHIUSO.

Resterà invece regolarmente aperta la boutique "Ri-Vestiti" in via Volta 8 dove, a fronte di una piccola donazione, è possibile trovare abiti, accessori e scarpe di seconda mano.

Come sempre le donazioni raccolte saranno gestite dal Centro di Ascolto per l'attivazione di borse lavoro a sostegno delle persone in difficoltà seguite dai nostri volontari.

"Ri-Vestiti" rimane aperta il martedì dalle 9 alle 12, il mercoledì e il venerdì dalle 16 alle 19.


Esperienze con il progetto Apri (3)

K. è stato intercettato dal Presidio Saluzzo Migrante nel 2018, quando dormiva nel dormitorio “PAS - Prima Accoglienza Stagionali” creato quel primo anno dal Comune di Saluzzo. Gli operatori lo hanno incontrato perché aveva iniziato a manifestare una serie di forti dolori e dopo diversi accertamenti medici, grazie all’Ambulatorio Medico Stagionali, gli è stata diagnosticata una tubercolosi ossea.

Per tutto il 2019, K. ha affrontato una lunga serie di esami medici nel reparto per le malattie infettive dell’ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo, iniziando una terapia portata avanti anche nel corso del 2020. Nonostante abbia trovato lavoro in agricoltura, la malattia gli impedisce di fare lavori pesanti, tanto da prefigurare una richiesta per l’invalidità che gli permetterà di trovare un inserimento lavorativo più adatto alle sue precarie condizioni di salute.

Una buona notizia è che nel frattempo K. ha finalmente ottenuto il rilascio della carta d’identità e nei prossimi mesi potrà sostenere l’esame per la patente di guida.

Qui a Saluzzo è conosciuto come “il barbiere della comunità africana”, ma in Costa d’Avorio faceva il meccanico per motorini e auto, arrivando ad aprire un’officina di riparazioni tutta sua.

Enzo Paolo, pensionato e tutor di K., racconta le motivazioni che lo hanno spinto a diventare volontariato per il progetto “Apri” che oggi attraverso la Caritas di Saluzzo coinvolge 11 migranti residenti da tempo sul territorio:

È la prima volta che faccio volontariato: mi sono avvicinato perché mio figlio ha fatto 6 mesi di tirocinio con il Presidio Saluzzo Migrante e mia figlia ha deciso di vivere l’esperienza di coabitazione con altri giovani nel cohousing “Casetta”. Attraverso loro ho conosciuto la Caritas, le persone che aiuta e ho dato la mia disponibilità. “Apri” è una bella esperienza che mi ha aperto la strada ad una nuova vita dopo la pensione.

Incontrare K. è stata un’esperienza bella per aprire gli occhi: mi sono un po’ buttato nell’insegnamento dell’italiano, a seconda di quello di cui aveva bisogno. A volte abbiamo studiato e fatto i compiti di italiano assieme, altre volte dei giri in macchina per imparare i cartelli stradali che fino ad allora aveva studiato solo sul libro di teoria per la patente”.

Leggi l'esperienza di Marisa - Esperienze con il progetto Apri (1) - Caritas Saluzzo

Leggi l'esperienza di Giulia - Esperienze con il progetto Apri (2) - Caritas Saluzzo